Porti italiani e logistica: la transizione verde con l’ETS Marittimo (cioè l’estensione del sistema europeo di scambio di quote di emissione al trasporto navale che obbliga le compagnie di navigazione di acquistare e restituire quote per una percentuale crescente delle loro emissioni) non diventi un nuovo caso automotive.
di Salvatore Avena
La transizione ambientale è una scelta necessaria. Ma se viene costruita senza realismo industriale, senza una valutazione degli effetti competitivi e senza strumenti capaci di evitare distorsioni dei mercati, rischia di produrre un danno economico rilevante proprio nei settori che sostengono la crescita europea.
L’automotive europeo è già un esempio evidente di questo rischio. Obiettivi ambientali condivisibili sono stati spesso perseguiti con tempi, regole e vincoli non sempre accompagnati da una vera strategia industriale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: filiere indebolite, perdita di competitività e maggiore dipendenza da aree extraeuropee.
Oggi lo stesso errore rischia di ripetersi nella portualità e nella logistica. L’estensione del sistema ETS al trasporto marittimo, nata con l’obiettivo di ridurre le emissioni, può infatti spingere le grandi compagnie a riorganizzare le rotte privilegiando scali extra-UE, meno gravati da costi regolatori.
Il principio “chi inquina paga” è corretto. Ma se viene applicato solo all’interno dello spazio europeo, mentre i concorrenti esterni continuano a operare con regole diverse, l’effetto può essere paradossale: il traffico non scompare, si sposta. Le emissioni non vengono eliminate, ma escono dal perimetro europeo. A perdere centralità sono i porti dell’Unione e soprattutto quelli mediterranei.
Per l’Italia questo scenario è particolarmente delicato. I nostri porti mediterranei sono esposti alla concorrenza di scali nordafricani e di altri hub extra-UE che possono diventare alternative più convenienti nelle grandi rotte intercontinentali. Se una parte dei traffici venisse dirottata altrove, il danno non riguarderebbe solo le banchine, ma l’intera catena logistica nazionale.
Una portualità meno competitiva significa meno volumi, minori investimenti, perdita di connettività internazionale e maggiori costi per le imprese. Significa anche tempi più lunghi per le merci, minore efficienza delle catene di approvvigionamento e un indebolimento complessivo del sistema produttivo italiano.
Una politica ambientale che sposta traffici, lavoro e investimenti fuori dall’Europa non riduce davvero l’impatto globale: rischia solo di impoverire il continente e rafforzare i suoi concorrenti.
Per questo l’Europa deve intervenire con urgenza. Servono correttivi più efficaci contro il rischio della delocalizzazione dei traffici e una valutazione più realistica degli effetti che le politiche climatiche producono sui settori strategici.
La sostenibilità non può essere costruita indebolendo porti, logistica, industria e lavoro. L’Italia, per posizione geografica e vocazione marittima, deve difendere con forza il ruolo dei propri scali come infrastrutture decisive per il commercio, la competitività e la sicurezza economica del Paese.
Guidare la transizione verde non significa accettare politiche astratte o penalizzanti. Significa costruire un percorso che sappia unire ambiente, sviluppo e competitività: è questa la sfida che l’Europa deve affrontare.
Il messaggio è chiaro e forte: dopo l’automotive, l’Europa non può permettersi un altro errore strategico su porti e logistica.





