Perché la riforma dei porti approvata dal consiglio dei ministri è finita nel limbo?

Roma – Non è ancora approdato alla Camera dei deputati, ad un mese dalla sua approvazione in Consiglio dei ministri, l’atteso testo del disegno di legge (Ddl) di riforma della portualità che prevede la nascita di Porti d’Italia spa.

Nel frattempo si moltiplicano gli interventi su luci e ombre di quella riforma, interventi che peraltro hanno fatto rilevare come la ineffabile manina burocratica del Ministero dell’Economia abbia lavorato sul testo con l’obiettivo di ridurre l’autonomia finanziaria delle Autorità di Sistema portuale, manina della quale al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti si cerca di  attenuarne gli effetti.

E’ il coso di ricordare che già dalla comunità portuale della Spezia, in un intervento di Salvatore Avena, si era affrontato la riforma  nel suo complesso ma anche dal punto di vista finanziario per le Adsp che, esonerate da alcuni costi come quelli relativi alle grandi opere, si dovranno occupare solo della gestione e della manutenzione, concentrandosi sulla maggiore efficienza locale come previsto dalla normativa, ma senza “chiarezza su quali saranno le risorse e gli strumenti che saranno effettivamente disponibili alle Adsp”.

Ed era stato lo stesso Avena, nel rispondere, in una intervista rilasciata al quotidiano on line CittàdellaSpezia alla domanda “chi trae vantaggio dalla proposta di riforma?” a focalizzare così la questione: “I porti della Liguria gestiscono il 50 per cento del traffico merci nazionale, contribuendo in modo significativo alle entrate fiscali del sistema portuale italiano. La proposta di legge prevede che i porti italiani debbano finanziare la società Porti d’Italia non solo attraverso il gettito fiscale prodotto, ma anche mediante una quota dei canoni di concessione riscosso dalle Autorità di sistema portuale e una rilevante percentuale delle tasse portuali”.

E quindi? “Tale impostazione comporterebbe una riduzione dell’autonomia finanziaria delle Adsp, ritenuta fondamentale anche dalle Regioni, che, non va dimenticato, in materia portuale hanno una competenza concorrente e che quindi non possono essere del tutto escluse dai processi decisionali, come sembrerebbe emergere dalla proposta”.

In conclusione? “È chiaro che, dati i volumi di traffico, i porti liguri dovranno contribuire in misura più rilevante alla nuova società Porti d’Italia, con conseguenze finanziarie che potrebbero influenzare la gestione ordinaria delle Authority. Sorge quindi spontanea una domanda: che fine ha fatto l’autonomia molto predicata e invocata negli ultimi anni?”.

Troppe ombre e nessuna luce? “No, l’istituzione di Porti d’Italia si configura, nelle intenzioni, come un’iniziativa positiva volta a favorire una gestione più efficiente e un coordinamento ottimale delle principali opere infrastrutturali e marittime, purché resti circoscritta a tali obiettivi. Vanno definiti con chiarezza in modo dettagliato le specifiche funzioni operative della società, i potenziali conflitti di competenza con le Regioni, le modalità di interazione con il mondo del lavoro le relazioni sindacali e l’eventuale espansione su scala internazionale. E, come si vede, non è poca cosa”.

 

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