LERICI – L’industria tessile produce da sola più CO2 del trasporto ferroviario, marittimo e aereo messi insieme.
Dal 2000 ad oggi la produzione di abiti è raddoppiata, anche se i singoli capi vengono indossati meno della metà che in passato; 150 miliardi di vestiti per 7 miliardi di persone. Un’orda tessile che si trasforma in rifiuto, milioni di tonnellate di indumenti che arrivano in discarica generando metropoli di spazzatura tossica.
Intanto, dall’altra parte del mondo, terre millenarie sono sfruttate al punto da non generare più nulla: specie animali scompaiono in una nebbia di pesticidi e diserbanti, i fiumi si colorano di giallo, cobalto e ogni altro colore che scegliamo per alimentare le 52 nuove stagioni di moda all’anno che pretendiamo di produrre; i pesci muoiono e qualcuno, che con quell’acqua vive, si ammala mentre lavora al buio dei sottoscala e dei campi di notte, al buio di qualsiasi diritto umano e lavorativo.
E spesso sono bambine e bambini. All’estremo opposto di questa catena si trovano una ragazza o un ragazzo, un giovane consumatore educato fin dalla più tenera età a credere di avere intimamente bisogno di un certo marchio, di quel preciso logo sul petto, quel paio di scarpe firmate. Il mondo della fast fashion è l’esempio eclatante di un sistema al collasso, di un certo modo di produrre attraverso lo sfruttamento di persone e risorse ambientali che sta finalmente mostrando i suoi limiti, ma che ancora perdura.

Con i testi e la regia di Davide del Grosso e la produzione del teatro del Buratto, “Fashion victims”, in scena al Teatro Astoria martedì 3 febbraio nella sezione “Infanzie a Teatro, spettacoli per le scuole”, si propone di mostrare, attraverso il racconto di una ragazza e di un ragazzo, due facce della stessa medaglia: da una parte un occidente bulimico e inconsapevole delle proprie azioni, e dall’altra parte un altro mondo, il terzo o il quarto, in cui ogni risorsa, compresa quella umana, viene sfruttata fino a esaurirsi. “Con Fashion Victims il teatro diventa uno spazio di consapevolezza e responsabilità, capace di parlare alle nuove generazioni di temi cruciali come lo sfruttamento ambientale e umano legato alla fast fashion. Come amministrazione ho scelto consapevolmente di proporre uno spettacolo scomodo, che non semplifica e non addolcisce la realtà, perché credo che il ruolo della cultura sia anche quello di mettere in discussione modelli di consumo e stili di vita. Portare questo lavoro nelle scuole significa offrire a ragazze e ragazzi strumenti critici per leggere il mondo in cui vivono e comprendere le conseguenze delle proprie scelte quotidiane. La cultura, quando è viva, non consola: apre gli occhi, stimola domande e forma cittadini più attenti e solidali” commenta Lisa Saisi assessore alla cultura del Comune di Lerici. Lo spettacolo è dedicato alle classi della secondaria di primo grado del territorio lericino.




