Affondamento della Margaret: è grazie a soccorsi da manuale che non ci furono vittime

LE GRAZIE – Il Cantiere della Memoria ha aperto il suo archivio sul naufragio della nave Margaret di venti anni fa a ridosso della diga foranea del Golfo della Spezia. E con immagini e  articoli Corrado Ricci ci ha riportati a quelle terribili ore concluse con il salvataggio di tutto l’equipaggio, come racconta Manrico Parma, cronista de La Nazione, che con Corrado Ricci ripercorre quei momenti.

di Manrico Parma

Fortunatamente – anzi, grazie a soccorsi da manuale – non ci furono vittime. È la prima cosa che mi torna in mente ripensando al naufragio della “Margaret”, a distanza di vent’anni. Era il 2005, e quella barca che si inclinava, che imbarcava acqua, che poi si adagiava sul fondo, mise in allarme tutta la comunità del porto. Una di quelle notti in cui il telefono del cronista squilla all’improvviso e capisci che qualcosa di grosso è successo davanti a “casa”.

In quei giorni il porto era un mosaico di sguardi tesi, colleghi della marineria che parlavano a bassa voce come se il mare potesse ascoltarli, autorità in banchina, tecnici e curiosi. Le operazioni di ricerca e messa in sicurezza si alternavano alle verifiche, ai controlli sugli eventuali sversamenti, ai rilievi di chi doveva capire che cosa fosse andato storto. La domanda era semplice e brutale: come aveva potuto la “Margaret”, barca conosciuta e riconoscibile, trovarsi in quelle condizioni?

Ricordo gli articoli scritti di notte, i bloc-notes pieni di appunti, i racconti dei soccorritori che parlavano di un intervento rapido, coordinato, quasi da manuale. Il mare non era stato tenero, ma quella volta la differenza l’avevano fatta la prontezza dei mezzi e la lucidità di chi era salito a bordo per mettere in sicurezza uomini e imbarcazione. Qui non abbiamo mai visto familiari da consolare: c’era spavento, c’era tensione, ma alla fine la consapevolezza che tutti fossero salvi spostò il peso del racconto. Il vortice emotivo non era il lutto, ma la paura scampata.

Le prime ricostruzioni tecniche si sovrapponevano alle voci di banchina, ai “secondo me” e ai “dicono che”, come accade sempre quando un incidente rompe la routine del porto. Il lavoro del cronista stava nel distinguere i fatti dalle impressioni, nel lasciare sedimentare le ipotesi, nel restituire ai lettori un quadro il più possibile chiaro senza cedere alla tentazione dell’enfasi. La “Margaret” non era diventata il simbolo di una tragedia di vite spezzate, ma quello di un confine sottile: bastano pochi minuti, una manovra sbagliata, una concatenazione di eventi perché il mare mostri il suo lato più duro.

Rileggere oggi gli articoli di quei giorni significa riaprire una pagina in cui convivono paura e professionalità. Paura di chi si è visto la barca inclinare nel buio, paura di chi dalla riva vedeva lampeggianti e sentiva solo frammenti di frasi concitate. Ma anche la professionalità di chi è intervenuto, di chi ha coordinato i soccorsi, di chi ha verificato, controllato, misurato prima di parlare. Per noi cronisti, quella vicenda è stata una lezione duplice: su come il mare non vada mai dato per scontato e su come si racconta un disastro senza scivolare nel sensazionalismo, soprattutto quando – per fortuna – nessuno ha perso la vita.

Vent’anni dopo, la “Margaret” resta un ricordo che ogni tanto riaffiora nelle chiacchiere di banchina, tra un varo e una partenza all’alba. Non come un lutto da commemorare, ma come un avvertimento silenzioso: la sicurezza non è mai troppa, il mare non perdona le distrazioni, e dietro ogni storia “andata bene” c’è quasi sempre qualcuno che, quella notte, ha saputo fare il proprio mestiere nel modo giusto.

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